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Perché i migliori sono i peggiori

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Ago 16, 2017 Comments are off

DI GIANNI PARDO –

 

Tempo fa Luca Ricolfi scrisse un articolo che fece molto rumore. Il titolo – se ricordo bene – era: “Perché siamo antipatici” e il noto professore si riferiva in generale ai politici e agli uomini di sinistra. Di quella ammissione si parlò parecchio. E non perché nessuno prima si fosse accorto di quanto quella gente fosse antipatica, ché anzi la parte avversa, quando ne aveva il coraggio, esprimeva tutta la propria esasperazione, ma perché finalmente la critica veniva dalle stesse file degli “antropologicamente migliori”.

A mente fredda si può però osservare che Ricolfi forse aveva torto nella sua tesi non perché gli uomini di sinistra fossero simpatici, ma perché non erano i soli ad essere antipatici, e per la stessa ragione. L’ambito era ed è molto più vasto. Infatti antipatici sono anche gli ispirati, i moralisti, gli apocalittici, i prelati, i profeti, e in generale tutti coloro che sono convinti di essere i portatori di una verità superiore; cioè di una teoria, di un sistema, di un messaggio salvifico. E ciò fornisce una significativa indicazione sull’origine del loro atteggiamento.

Se discutiamo con qualcuno, e siamo di parere diverso, quand’anche reputassimo il nostro interlocutore un perfetto idiota, nella nostra mente di uomini comuni rimarrebbe chiaro il concetto che la pensiamo diversamente. E la cosa riguarda soltanto noi. Possiamo pensare che l’opinione dell’altro – ovviamente errata – offenda la nostra intelligenza, la nostra cultura, la nostra esperienza, ma nulla che vada oltre noi. Viceversa, l’ “uomo migliore”, colui che si sente portatore di un valore superiore, non contrappone all’interlocutore la propria verità, ma la Verità in sé. E proprio per questo non riesce a nascondere il proprio dispetto per tanta cecità, il proprio disprezzo, e in conclusione la propria intolleranza per errori tanto gravi quando dannosi.

L’uomo migliore, discutendo, non difende sé stesso, difende l’umanità e perfino il suo interlocutore. E dunque s’indigna, vedendo che l’altro osa andare contro il proprio interesse. Al comunista convinto il lavoratore dipendente che, invece di aderire alla rivoluzione che vorrebbe salvarlo dallo sfruttamento, difende il sistema capitalistico, appare come un insopportabile incrocio tra un imbecille e un suicida. Come potrebbe trattarlo con sincero rispetto? E poco importa il fatto che, dovunque quella rivoluzione sia stata tentata, il lavoratore sia stato poi ancor più miserabile: la teoria è troppo giusta per essere messa in dubbio da qualche banale fatto storico.

Se, ai tempi dell’Inquisizione, gli uomini di Chiesa erano intolleranti in materia di religione, non era perché fossero personalmente intolleranti, ma perché agivano in nome di un Dio che non era tollerante. O in nome degli altri fedeli che potevano essere indotti, dagli eretici, a giocarsi il Regno dei Cieli. Infatti dicevano che la loro attività consisteva nell’ “Eliminare la mela marcia, affinché non infetti le altre mele del cesto”. Agli occhi dei contemporanei l’Inquisizione rimane il fenomeno della massima intolleranza concepibile, perché contro la libertà di pensiero, ma gli inquisitori si sarebbero sinceramente stupiti di questo giudizio. Come rivendicare il diritto all’errore, e il diritto di rischiare l’eterna dannazione?

Il comunismo, il moralismo, il denaro, l’ecologia, il buonismo, e tutte le idee abbracciate con passione divengono una sorta di religione. E ogni sorta di religione, da questo punto di vista, è contraria al rispetto del prossimo e ai principi democratici.

È perfino divertente vedere come anche coloro che non hanno studiato, e non brillano certo per acutezza di pensiero, si rendano conto che l’appoggiarsi ad un principio superiore renda apparentemente più forti. Nelle discussioni a proposito di denaro, quando alla fine ci si impunta, c’è spesso il balordo che dice: “Sa, non lo faccio per il denaro, ma è una questione di principio”. Ed è divertente vedere la sua faccia quando gli si risponde: “Va bene, io do ragione a lei sul principio e lei dà ragione a me sul denaro”.

Questa disonestà di fondo dei “migliori” fu diagnosticata in modo tanto brillante quanto brutale da Ernest Renan – uomo che il mondo dei credenti lo aveva conosciuto da vicino – quando affermò: “Ho conosciuto parecchi furfanti che non erano moralisti, ma non ho conosciuto dei moralisti che non fossero dei furfanti”. E infatti, ciò che apparenta così facilmente il moralista al  furfante è che quest’ultimo, quando fa il proprio interesse, lo spaccia spesso per l’interesse della controparte, di Dio, della Morale, dell’Umanità. E il fatto che a volte sia addirittura in buona fede è soltanto un’aggravante.