Ricostruiremo tutto

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Ago 25, 2017 Comments are off

DI GIANNI PARDO

 

 

Agosto è un ottimo mese per fare i bagni, ma non per i giornali. Il mondo è chiuso per ferie e le notizie scarseggiano. Così, se c’è un attentato o un terremoto, i giornalisti ringraziano il Buon Dio e spendono milioni di parole per non dire nulla. I commentatori, con aria afflitta, ci dicono che i terroristi sono cattivi, che i terremoti sono tremendi, che le vittime sono innocenti, e che sarebbe bello se tutto ciò non si verificasse mai più. Poi mettono in un cassetto gli articoli, e sono pronti a tirarli fuori la volta seguente, ché tanto la notizia sarà la stessa e andranno benissimo. Basterà cambiare i nomi delle località.

E tuttavia i politici riescono a far peggio dei giornalisti. A chi ha perso la casa o, cosa ancor più triste, una persona cara, è normale esprimere il proprio rincrescimento. È anche opera meritoria, se se ne ha la possibilità, offrire un aiuto concreto, anche se temporaneo: un alloggio, del cibo, dei medicinali. Ma promettere la ricostruzione di tutto ciò che è andato distrutto è imperdonabile. Semplicemente perché è impossibile.

E tuttavia, ogni volta che c’è un terremoto, si sentono questi assurdi discorsi. Chi ha esperienza non riesce a reprimere un ghigno di sarcasmo. Perché sa già come finirà. Basti pensare al terremoto di Amatrice e dintorni, appena un anno fa.  Ai sopravvissuti fu subito promessa la ricostruzione di tutto entro qualche mese, “dov’era e com’era”, e ad un anno di distanza – come previsto dai pessimisti – non sono state nemmeno rimosse le macerie.

L’Italia è vicina alla linea di confine di due grandi placche terrestri, e dunque i terremoti sono frequenti e letali. Letali – soprattutto – perché molte case sono vecchie, costruite quando gli italiani non avevano molto da spendere e non c’era cultura antisismica. O i poveri non se la potevano permettere. Poi lo Stato, con la sua caratteristica inefficienza, ha perso la capacità di sorvegliare l’abusivismo edilizio, e molte delle nuove costruzioni sono divenute delle trappole. I verdi e gli esteti si indignano per l’oltraggio al paesaggio o alla natura, ma la cosa peggiore è che le case sono spesso improvvisazioni  di  artigiani dell’edilizia. Così, se c’è un terremoto, è inevitabile che ci siano decine di morti. Se non centinaia. E ciò mentre in Giappone, dove i terremoti sono molto più violenti che da noi, non muore nessuno, perché gli edifici sono progettati per resistervi.

Dunque d’accordo, esprimiamo la nostra solidarietà e la nostra comprensione ai malcapitati, dal momento che non possiamo fare di più: ma perché promettere una ricostruzione che non ci si può assolutamente permettere? Se c’è un sisma di bassa entità, in una zona poco abitata, si possono anche costruire alcune casette non dissimili da baracche. Ma per il resto, se il sisma è forte e colpisce una grande città, nessun Paese si potrebbe mai permettere la spesa della ricostruzione. Il terremoto del 1908 provocò tali conseguenze, a Messina e sulla costa calabra, che la parola ricostruzione non avrebbe avuto senso. Soltanto la posizione strategica dell’agglomerato urbano ha fatto sì che col tempo la città risorgesse, dov’era prima, ma tutt’altro che “com’era prima”. Anche perché costruirla com’era prima sarebbe stato criminale.

I terremoti sono una cosa tremenda, ma non c’è ragione di renderli ancor più insopportabili con promesse che producono irrisione e sarcasmo nei più avvertiti, e false speranze – che si tramutano poi in rabbia – nei più ingenui. Questo è un modo gratuito di procurarsi il rancore dei cittadini. Perché non limitarsi a concedere sgravi fiscali, a chi volesse ricostruire la propria casa? Questo lo Stato potrebbe farlo. Meglio promettere poco e mantenere la promessa, che promettere molto e non far nulla. Senza dire che, a voler far di più, si rischia di impegolarsi in qualche spesa enorme con possibili ricadute in materia di corruzione e di scandali.

Per le case vecchie c’è ben poco da fare. Per quelle in costruzione, tutti dovrebbero essere avvertiti che gli edifici antisismici costano di più di quelli normali e che soltanto in quel momento possono decidere se accettare o no il rischio di morire sotto le macerie. Ogni altro discorso è una perdita di tempo.

ali. Il mondo è chiuso per ferie e le notizie scarseggiano. Così, se c’è un attentato o un terremoto, i giornalisti ringraziano il Buon Dio e spendono milioni di parole per non dire nulla. I commentatori, con aria afflitta, ci dicono che i terroristi sono cattivi, che i terremoti sono tremendi, che le vittime sono innocenti, e che sarebbe bello se tutto ciò non si verificasse mai più. Poi mettono in un cassetto gli articoli, e sono pronti a tirarli fuori la volta seguente, ché tanto la notizia sarà la stessa e andranno benissimo. Basterà cambiare i nomi delle località.

E tuttavia i politici riescono a far peggio dei giornalisti. A chi ha perso la casa o, cosa ancor più triste, una persona cara, è normale esprimere il proprio rincrescimento. È anche opera meritoria, se se ne ha la possibilità, offrire un aiuto concreto, anche se temporaneo: un alloggio, del cibo, dei medicinali. Ma promettere la ricostruzione di tutto ciò che è andato distrutto è imperdonabile. Semplicemente perché è impossibile.

E tuttavia, ogni volta che c’è un terremoto, si sentono questi assurdi discorsi. Chi ha esperienza non riesce a reprimere un ghigno di sarcasmo. Perché sa già come finirà. Basti pensare al terremoto di Amatrice e dintorni, appena un anno fa.  Ai sopravvissuti fu subito promessa la ricostruzione di tutto entro qualche mese, “dov’era e com’era”, e ad un anno di distanza – come previsto dai pessimisti – non sono state nemmeno rimosse le macerie.

L’Italia è vicina alla linea di confine di due grandi placche terrestri, e dunque i terremoti sono frequenti e letali. Letali – soprattutto – perché molte case sono vecchie, costruite quando gli italiani non avevano molto da spendere e non c’era cultura antisismica. O i poveri non se la potevano permettere. Poi lo Stato, con la sua caratteristica inefficienza, ha perso la capacità di sorvegliare l’abusivismo edilizio, e molte delle nuove costruzioni sono divenute delle trappole. I verdi e gli esteti si indignano per l’oltraggio al paesaggio o alla natura, ma la cosa peggiore è che le case sono spesso improvvisazioni  di  artigiani dell’edilizia. Così, se c’è un terremoto, è inevitabile che ci siano decine di morti. Se non centinaia. E ciò mentre in Giappone, dove i terremoti sono molto più violenti che da noi, non muore nessuno, perché gli edifici sono progettati per resistervi.

Dunque d’accordo, esprimiamo la nostra solidarietà e la nostra comprensione ai malcapitati, dal momento che non possiamo fare di più: ma perché promettere una ricostruzione che non ci si può assolutamente permettere? Se c’è un sisma di bassa entità, in una zona poco abitata, si possono anche costruire alcune casette non dissimili da baracche. Ma per il resto, se il sisma è forte e colpisce una grande città, nessun Paese si potrebbe mai permettere la spesa della ricostruzione. Il terremoto del 1908 provocò tali conseguenze, a Messina e sulla costa calabra, che la parola ricostruzione non avrebbe avuto senso. Soltanto la posizione strategica dell’agglomerato urbano ha fatto sì che col tempo la città risorgesse, dov’era prima, ma tutt’altro che “com’era prima”. Anche perché costruirla com’era prima sarebbe stato criminale.

I terremoti sono una cosa tremenda, ma non c’è ragione di renderli ancor più insopportabili con promesse che producono irrisione e sarcasmo nei più avvertiti, e false speranze – che si tramutano poi in rabbia – nei più ingenui. Questo è un modo gratuito di procurarsi il rancore dei cittadini. Perché non limitarsi a concedere sgravi fiscali, a chi volesse ricostruire la propria casa? Questo lo Stato potrebbe farlo. Meglio promettere poco e mantenere la promessa, che promettere molto e non far nulla. Senza dire che, a voler far di più, si rischia di impegolarsi in qualche spesa enorme con possibili ricadute in materia di corruzione e di scandali.

Per le case vecchie c’è ben poco da fare. Per quelle in costruzione, tutti dovrebbero essere avvertiti che gli edifici antisismici costano di più di quelli normali e che soltanto in quel momento possono decidere se accettare o no il rischio di morire sotto le macerie. Ogni altro discorso è una perdita di tempo.