Renzi, costretto a vincere

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Feb 16, 2017 Comments are off

DI GIANNI PARDO

Qual è stato il massimo errore di Napoleone? Non avere cercato un accordo di pace con le potenze europee quando era al massimo della potenza. Continuando a combattere, si è condannato alla scomparsa non appena avesse smesso di vincere.

Qual è stato il massimo errore di Hitler? Avere sfidato sempre tutti, procurandosi anche dei nemici senza ragione: come quando attaccò la Russia.

E ci sono casi meno epici: la maggior parte dei dittatori dell’Est europeo, pur essendo stati soltanto dei Gauleiter di Mosca, sono morti nel proprio letto, ma non Nicolae Ceausescu. Questi si rese talmente odioso che, appena poterono, dopo un processo farsa, i rumeni lo uccisero a freddo. E per far buon peso uccisero anche la moglie.

Anche quando si ha molto potere, non bisogna oltrepassare i limiti. Se è vero che è inevitabile avere nemici, se si è in alto, è anche vero che bisogna averne il meno possibile. Quando si apprestava a divenire il padrone di Roma, magari riducendo a zero le libertà repubblicane, Cesare si comportò da uomo magnanimo e le sue vittorie non comportarono né liste di proscrizione né altri orrori. Se Bruto, Cassio e gli altri lo assassinarono, fu anche perché non videro altro mezzo per sbarrargli la via.

Nel loro piccolo, anche le vicende del Partito Democratico, malgrado Direzioni del Partito, Assemblee, Primarie, Congressi e Dio sa che altro, possono essere viste mettendo al centro del problema non la politica, ma gli esseri umani e lo scontro dei loro temperamenti.

La lezione di Machiavelli, in questo campo, non è aggirabile. Si comanda da carogne, ma bisogna apparire degli agnelli. Si deve imporre la propria volontà, ma bisogna mascherarla da servizio per la collettività. Augusto sarebbe vissuto tanto a lungo, avrebbe governato così tranquillamente, se subito avesse detto ai senatori: “Ora ci sono io e da domani non conterete più nulla”?

Tanti studenti hanno imparato sui banchi la lezione del Segretario Fiorentino, ma essa non è riuscita ad andare da Firenze a Rignano sull’Arno. Matteo Renzi non l’ha imparata nemmeno quando si è installato a Palazzo Vecchio. E purtroppo per lui, quella lezione non è di ordine etico. Non appartiene cioè al “dover essere”, ma all’ “essere”: alla realtà com’è. E la realtà – se a volte perdona – la maggior parte delle volte si vendica.

Quell’uomo è certamente molto dotato, come politico e come capitano di ventura, ma è paradigmaticamente il Signor Eccesso. E ne paga lo scotto. Ha talmente esagerato con le vanterie, le promesse, il presenzialismo e le rodomontate, che alla fine gli italiani, il quattro dicembre scorso, l’hanno mandato al diavolo con un calcio nel sedere. Egli ha perfino avuto l’impudenza e l’ardire di sfidarli: se non mi dite di “sì” vi abbandono, e come farete? Se non mi sostenete me ne vado, e non lascio la mia carica, vado a casa, abbandono la politica. Ma pare che gli italiani alla sua minaccia abbiano risposto con un renziano: “Uh, che paura!” E poi non lo hanno nemmeno perduto, perché è ancora in politica.

Al giovane leader l’episodio non ha insegnato niente. E infatti ha continuato ad agire come prima con i suoi colleghi di partito. Secondo Marco Travaglio si comporta così non per scelta, ma perché non può essere diverso da sé. E ciò potrebbe accorciare la sua parabola.

Egli è apparso sulla scena politica come un lampo, circonfuso di luce e di vittoria e con empito napoleonico ha conquistato la testa del suo partito. Poi, col fascino della novità e la freschezza della gioventù, il suo successo, favorito dal gradevole aspetto e dalle doti di grande comunicatore, si è dilatato all’intero Paese, suscitando simpatie e speranze. Ma presto è cominciata l’usura del personaggio. Il giovane si è rivelato iattante, sarcastico, sbruffone, vendicativo, bugiardo e dittatoriale. Cattivo e pericoloso, in una parola. Il risultato è stato che così, all’interno del partito, si è creato un numero spropositato di nemici.

Oggi la minoranza del Pd non gli oppone un programma alternativo, vuole soltanto distruggerlo, con ogni mezzo, per riconquistare la democrazia interna. E quando Renzi si è lamentato che lui offriva qualcosa e gli oppositori subito chiedevano altro, invece di irridere l’incoerenza dell’atteggiamento, avrebbe dovuto percepire la coerenza dell’odio che lo motivava. Brutte premesse, per la longevità politica.

Oggi egli domina ancora la maggioranza del suo partito, ma ne ha distrutto l’unità. Ha suscitato un’opposizione che, anche per recuperare la propria dignità, cercherà in ogni modo di piantargli un coltello nella schiena. O un paletto di legno nel cuore.

 

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