Piazza Pontinia, ossia don Bosco

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Set 1, 2017 Comments are off

Sul finire degli anni Trenta si costruì a Bolzano un nuovo quartiere – il rione “Dux” – fatto di casette multifamiliari che ospitavano i lavoratori immigrati da altre province italiane, e destinati a lavorare negli stabilimenti della vicina “zona industriale”. Le chiamarono “case semirurali”, ed ognuna disponeva di un orticello dal quale gli inquilini traevano parte dei loro alimenti. Fu una città nella città. Qualche decennio fa le casette furono abbattute (tutte meno una, che sopravvive come “museo”) ma il loro ricordo resta vivo, ed alimenta nostalgie. Giorgio Dal Piai nacque lì, e ricorda così la piazza principale: piazza Pontinia, oggi piazza Don Bosco:

Ho sempre ammirato le grandi piazze ed ho un pochino invidiato chi le poteva frequentare ogni giorno. Provo rispetto per quegli spazi che non hanno confini passati alla storia con gli avvenimenti che hanno ospitato. Ma l’unica piazza che valga i miei ricordi appartiene a quel concentrato italiano che si allargava ad imbuto dopo via Cagliari, nella Bolzano che nasceva, dove ho vissuto interminabili emozioni da immigrato senza pensieri. Ancora oggi sono convinto che chi ha potuto godere piazza Pontinia – la scomparsa piazza Pontinia – non la dimenticherà facilmente e sarà disposto a condividerne la valenza con i giovani di ogni epoca, ammesso che narratore e uditore si incontrino prima che la fatalità cancelli ogni cosa.

Piazza Pontinia era nostra. Nostra in senso lato; non della banda di via Vercelli o dei Chinaglia di via Piacenza o dei Targa di via Sassari. Nostra, di tutti. Pareva terra di nessuno, nel senso che in piazza Pontinia non erano ammesse, per tacita convenzione, aggressioni pretestuose. Era zona franca! La curva di casette fra gli Zani della provincia di Brescia e la via Vercelli era il limite di sud-est. Di fronte, nello spiazzo di terra incolta che copriva il rifugio antiaereo, verso nord, la fantasia aveva lavorato per il passatempo degli adulti: balera sempre molto gremita, improvvida  in caso di bombardamento e, a fianco l’officina di Cesaro, bestemmiatore incallito. La scuola non c’era: non ancora, perché le esigenze culturali dei giovanissimi che era stati portati alle Semirurali venivano assolte alle “scuolette” di via Palermo, dedicate più tardi a san Filippo Neri.

La grande scuola fu eretta rapidamente. Pareva immensa per le pretese di un rione che si espandeva oramai  oltre via Resia. La piazza aveva cambiato due volte la dedica passando da Pontinia ad Achille Grandi, sindacalista nel meridione d’Italia, a san Giovanni Bosco, adottato subito con il   più familiare don Bosco.

Di punto in bianco la piazza acquistò un valore e ne perdette un altro. Non poteva più essere il centro catalizzatore per le nostre scorrerie; non aveva più l’attrattiva che la massima apertura verso nord le conferiva. La scuola aveva delimitato l’area; l’ultimo lato era stato occupato!

Non ricordo se Bidoni con il suo circo tascabile si fermasse ancora nello spazio antistante la chiesa. La piazza poteva essere usata per divagazioni di vario tipo. Si giocava a tamburello, sport che veneti e lombardo-emiliani praticano ancora oggi con perizia.

La scuola in quel punto, in quello spazio  che era stato nostro distruggeva il rapporto di astio-amore col quale eravamo vissuti fin lì. Chi frequentò le elementari in piazza don Bosco venne a trovarsi nella stessa aula con chi un mese prima non si sarebbe mai salutato, cascasse il mondo, perché di altra zona del quartiere e quindi di altra “banda”. Ci misero un omone, alla scuola. Un omone tenero e burbero, impastato di buono e finto severo con le decine di rumorosi frequentanti i suoi corridoi: Finetto. Il custode, ovvero il bidello, come lo abbiamo conosciuto noi prima che il nostro idioma esigesse distinzioni ripetitive. Il bidello era la presenza costante, il custode era la sicurezza per tutto l’edificio: Il bidello era il confidente degli insegnanti, la tranquillità del direttore, la certezza dell’ordine; il custode era la barriera verso l’esterno, la vigilanza comunque.

Finetto fu amico e complice, perché lo spazio che ci serviva intorno agli anni cinquanta, per non far morire quel po’ di teatro che potevamo tenere in piedi, ce lo offrì lui. La scuola, d’altra parte, era l’unico punto di riferimento culturale di tutte le Semirurali. Il seminterrato aveva le dimensioni di ciascuno dei piani sovrastanti. Solo le colonne di sostegno rompevano la vastità dello spazio. Più tardi lo usarono per la refezione.

Quando Sebastiano Benacchio, che prima della scuola aveva usato lo sterrato ex rifugi per le sue proposte teatrali estive, ebbe la necessità di un ambiente che ripetesse in proporzione un palcoscenico, trovò in Finetto l’accondiscendenza fata uomo. Provavamo il trucco e i costumi per le fotografie pubblicitarie; ripetevamo le scene con l’ausilio di un suggeritore, tanto apprezzato dal teatro amatoriale di quagli anni, acquistavamo la sicurezza tanto fragile nel dilettantismo culturale.

Ci siamo perduti di vista negli anni. Noi e la scuola. Non per disinteresse; solo per quelle distrazioni che mandano a ieri tutto ciò che non coinvolge noi e l’oggi.

Giorgio Dal Piai- 22 marzo 2003