L’incerta vittoria del Bene

By

Giu 15, 2017 Comments are off

DI GIANNI PARDO

C’è in giro un principio stupefacente e nel frattempo affascinante: quello secondo cui alla fine il bene vince sul male, per sua natura, non perché sia il più forte. Lo vediamo nell’agiografia, quando San Francesco tratta il lupo con amore, e l’animale gli risponde con amicizia. Lo vediamo in mille favole, in mille film e ce lo sentiamo predicare in mille discorsi. Del resto, anche nel Vangelo, non si parla forse di “amare i propri nemici”, di “porgere l’altra guancia”, di “perdonare settanta volte sette?”

Una simile convinzione, e un simile comportamento, nell’ambito del Cristianesimo possono essere spiegati. Gesù infatti, come ricompensa per aver seguito quei precetti, non promette il successo in Terra e nemmeno la sopravvivenza (“Andrete come agnelli in mezzo ai lupi”): promette il Cielo. Viceversa l’interpretazione diviene impervia per il buonismo corrente, che vorrebbe questo comportamento senza offrire nulla in cambio. Né la promessa del paradiso, né quella della sopravvivenza sulla Terra. Quasi che la mansuetudine – virtù da erbivori, e necessità per gli schiavi, fra i primi conquistati dal Cristianesimo – fosse un tale valore in sé, da non abbisognare di dimostrazione.

Si può tentare di dare una spiegazione psicologica del fenomeno. Qualcuno potrebbe trovare nella bontà eroica un modo per trasformare in virtù volontariamente adottata la coscienza della propria debolezza e della propria paura. Qualcuno crede che, chiudendo gli occhi sull’abisso, l’abisso sparisca; oppure spera scioccamente che il mostrarsi indifesi azzeri l’aggressività dell’altro.

Un ragazzo torna a casa con un occhio nero e la madre gli consiglia di farsi amico il bullo portandogli, il giorno dopo, una fetta di torta. Il ragazzo torna a casa con l’altro occhio nero, e spiega alla madre: “Mi ha detto che domani vuole un’altra fetta di torta”. C’è più buon senso in una barzelletta che in parecchi libri di morale.

Niccolò Machiavelli, col suo solito realismo, scriveva che è meglio essere temuti che amati. Nel momento della difficoltà, è più difficile tradire chi si teme, perché si sa che non si potrà contare sul suo perdono.

Se si cerca un principio razionale, è bene non dar retta né alla promessa del Cielo né alla nobiltà astratta e velleitaria del buonismo. Bisogna soltanto tenere conto della realtà. Tendere la destra per primi, se si spera di arrivare alla pace, ma tenere una pistola nella sinistra, per sparare per primi, eventualmente. E soprattutto prendere sempre in considerazione l’ipotesi peggiore. Tutti gli Stati Maggiori e tutti i governi sanno che questo è un loro preciso dovere e uno dei principali rompicapi.

Ad esempio, chiedersi che fare, riguardo alla Corea del Nord, non è una perdita di tempo o soltanto una forma di “stupido pessimismo”, come pensano tanti. Bisogna progettare in tempo una risposta, perché “il peggio” può sempre realizzarsi. L’errore degli occidentali, nel 1938, fu di non prendere in sufficiente considerazione l’aggressività di Hitler. L’errore dell’intero mondo fu quello di non credere verosimile quello che qualcuno bisbigliava sulla Shoah. Non è vero che qualcosa possa essere “troppo brutto per essere vero”. Di impossibile c’è soltanto ciò che gli uomini veramente non possono fare, per esempio risuscitare i morti. Ma uccidere tutti i prigionieri, anche se sono migliaia, è cosa che è stata fatta molte volte. La strage degli innocenti di Erode non si è mai verificata, ma non era impossibile.

In guerra come nella vita di ogni giorno, l’unica reazione giusta all’attacco è una risposta difensiva più devastante dell’attacco stesso. In modo da dissuadere l’aggressore dal riprovarci. Chi invita a cedere sempre non dà un buon consiglio. L’arrendevolezza ha la stessa etimologia di resa e, come detto, a volte sono stati sterminati tutti i prigionieri.

Gli ebrei sono stati miti per secoli, tanto che i nazisti li disprezzavano anche per questo. Poi  la Seconda Guerra Mondiale gli insegnò una lezione che loro dimostrarono d’avere bene appresa prima nel Ghetto di Varsavia, poi con la guerra del 1948 e infine con la Guerra dei Sei Giorni. Oggi sanno perfettamente che bisogna sempre prendere in considerazione l’ipotesi peggiore. E che il principio secondo cui “Uccidere l’ebreo non è più gratuito” vale più di ogni richiamo alla tolleranza e alla fratellanza. Israele ha l’atomica e chi vuole attaccarla è bene rilegga la Bibbia, lì dove si parla di Sansone cieco.