L’errore di scendere dagli alberi

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Lug 8, 2017 Comments are off

DI GIANNI PARDO

 

Guardo il pruno che si dondola nell’aria dolce, la jacaranda orgogliosa delle sue foglie nuove, un cielo bianco e azzurro che parla di pace, e mi rattrista la dannata coscienza di uomo che non riesce ad ignorare il male del mondo. La malinconia è un piacere elegiaco col sospetto di un dolore, invece questa tristezza è un lutto che non spera né conforto né fine.

La percezione della sofferenza di tanti esseri viventi, animali inclusi, provoca una tale angoscia che da sempre l’uomo ha cercato di darsene conto. La stessa Bibbia, col peccato di Adamo ed Eva, ne dà una spiegazione: ma è una spiegazione zoppa, che ipotizza un dio suscettibile e crudele. Se Dio aveva creato gli uomini soltanto per il piacere di renderli felici, come sostengono i teologi, quando sono costretti a fornire una ragione, non avrebbe avuto alcun motivo di sottoporli ad una prova. Nessuno invita gli amici a cena e mette a tavola un veleno mortale, limitandosi a chiedere che non si assaggi il contenuto di quella bottiglia, tanto simile alle altre.

Forse noi umani abbiamo commesso l’errore di scendere dagli alberi. Le scimmie non hanno problemi d’orgoglio, perché la loro gerarchia è stabilita con metodi che nessuno contesta. Hanno i loro problemi, ma sono quelli del giorno stesso – mentre noi soffriamo della preoccupazione per il futuro, del rimorso per gli errori del passato, del ricordo delle umiliazioni subite – e soprattutto non hanno l’angoscia della morte, perché non sanno che moriranno. Qualunque male che può loro capitare non l’hanno “messo nel conto” cento volte, come fa l’uomo prudente, soffrendone in anticipo. Sono fatti che non entrano nel loro verde orizzonte. Quand’anche, da vecchie, le scimmie avessero visto morire parecchi congeneri, nulla gli fa pensare che capiterà anche a loro. Del resto questa mentalità si ritrova anche fra gli umani, quando sono giovani e credono che saranno giovani per sempre.

Il lato retributivo della pena di morte non è la fine della vita, è il sapere in anticipo in quale data ciò si verificherà. Se si fosse condannati alla reclusione, per poi essere uccisi senza preavviso, nel sonno, non si temerebbe la pena di morte molto di più di quanto non si tema l’infarto. Dopo tutto, è la condizione in cui vivono le persone anziane. C’è una barzelletta che così suona: “Dottore, è grave?” “Non particolarmente. Comunque, se deve fare un abbonamento, lo faccia semestrale”. I vecchi non possono pensare all’anno seguente senza chiedersi se ci arriveranno.

Neanche sentirci liberi è un grande vantaggio. Come diceva Catone, “Faber est suae quisque fortunae”, ognuno è l’autore della qualità della sua vita. E raramente massima fu più spietata: la libertà ci ha resi tutti responsabili.

Non possiamo risalire sugli alberi. Vivere sui rami non ci riuscirebbe più. Ma l’esserne scesi può spiegare il nostro disagio esistenziale. Pascal ha scritto: “L’uomo è soltanto una canna, la più debole della natura, ma è una canna che pensa. Non è necessario che l’universo intero si armi per schiacciarlo: un vapore, una goccia d’acqua bastano ad ucciderlo. Ma anche quando l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe lo stesso più nobile di ciò che lo uccide, perché sa che muore, mentre del vantaggio che ha su di lui, l’universo non sa niente”.

È il suo “pensée” più famoso, e tuttavia può essere usato “à rebours”, a ritroso. È vero, l’universo non sa nulla della sua possibilità di uccidere l’uomo, ma l’uomo, con la sua coscienza, ha ottenuto il bel risultato di sapere che non soltanto non ha la forza di difendersi dalla natura, ma l’universo stesso non ha senso. Pascal pensava che l’uomo, col suo pensiero, è più nobile dell’universo inanimato, mentre la realtà è che quel pensiero rivela che l’universo è vano e insensato. Non c’è un “vincitore morale”: c’è una doppia sconfitta.

L’astronomia, con la piatta evidenza dei fatti, ci mostra l’immensa vastità dello spazio e ci conferma che esso non ha senso e non ha scopo. Potrebbe perfino darsi che il pensiero, che secondo Pascal, nobilita la realtà, esista soltanto sulla Terra. E comunque è certamente così nel sistema solare.

In un certo senso, quando la Chiesa osteggiava il sistema copernicano, faceva il nostro interesse. Con la Terra al centro dell’universo ci siamo potuti illudere sul suo e sul nostro valore. Da quando sappiamo come stanno le cose, non c’è umiltà che basti. Non soltanto il singolo è un nessuno rispetto all’umanità, ma la stessa umanità e la Terra tutt’intera sono entità trascurabili.

Il “Creato” ha cessato di essere tale. Non soltanto nulla dimostra che Qualcuno abbia voluto la sua esistenza, ma anche se così fosse stato rimarrebbe incomprensibile questo immane e assurdo capriccio. Tante stelle e tante galassie, soltanto per migliorare lo spettacolo della notte?