La Turchia tra Atatürk ed Erdogan

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Giu 22, 2017 Comments are off

DI GIANNI PARDO

Se su un argomento si sa poco ma si pongono le domande giuste, si è fatta cosa utile. Ma se si hanno soltanto domande, c’è da disperarsi. È ciò che può accadere a proposito della Turchia. Chi l’aveva visitata più volte, in passato, se ne era fatto un’idea e credeva di conoscere quello strano Paese, a cavallo tra laicismo e Islamismo, tradizione e modernità, libertà e tirannia. Allora pareva per giunta che, in tutti i casi in cui si scontravano queste drammatiche dicotomie, sulle orme di Atatürk quella nazione avesse fatto la scelta giusta: per il laicismo, per la modernità, per la libertà. E invece ciò che è successo in seguito ha fatto sorgere il sospetto che non avessimo capito nulla.  Forse quel Paese l’avevamo visto come desideravamo che fosse, più che com’era. Ma se allora era stato falsificato, siamo sicuri che non sia falsificato anche oggi?

Fino alla Prima Guerra Mondiale l’Impero Ottomano credette di essere ciò che era stato per secoli. Con la sconfitta fu costretto a misurare d’un solo colpo quanto tempo fosse passato, quanto fossero cambiati i rapporti di forza, e quanto dovesse fare per riconquistare la sua dignità e il suo posto nel mondo. Fu a questo punto che Allah mandò ai turchi Mustafà Kemal. Essenziale del kemalismo fu che esso non tentò di ricostruire ciò che era stato prima, e che non sarebbe mai più stato dopo, ma volle convertire la nazione ad una realtà nuova, i cui pilastri sarebbero stati la modernità, il laicismo, la repubblica, la libertà. La Turchia poteva risorgere soltanto cambiando pelle.

Questo grandioso tentativo non fu del tutto nuovo. Ne avevano fornito un esempio Pietro il Grande in Russia, e il Giappone, dopo la visita della flotta dell’Ammiraglio Perry. Il successo di Atatürk fu straordinario e ciò non sarebbe stato possibile se dei suoi principi non fossero stati convinti i militari – nominati garanti e custodi del nuovo corso – e lo stesso popolo turco. Le ragazze che si comportarono e si vestirono come le coetanee europee.

Il felice esperimento durò una settantina d’anni. Quando la Turchia cominciava a tralignare, i militari (stramaledetti dagli intellettuali occidentali) intervenivano, rimettevano le cose a posto, e si ritiravano nelle loro caserme.

Tutto è cambiato con la comparsa di Erdogan. Questi, sostenuto dal consenso popolare, ha cominciato a esibire una moglie velata, a islamizzare il Paese, e a contraddire in modi sempre più chiari i principi kemalisti. Purtroppo, stavolta i militari non hanno avuto la volontà o la forza di frenarlo e alla fine – approfittando di un golpe militare da operetta, Erdogan si è autonominato dittatore. La Turchia è tornata a cent’anni fa.

Le domande sono una folla. L’attuale autocrazia islamica è sentita come una novità o come una reviviscenza del passato? I turchi desiderano una moderna teocrazia, come c’è in Iran, oppure si inchinano ad Erdogan per ritrovare le loro radici pre-Atatürk? Il futuro dipende dalla natura profonda del Paese, oggi divenuta misteriosa.

Quanto dura, la memoria degli uomini? Chi, in Italia, era nato nel 1910, poteva concepire come unico regime quello fascista. Ma nel 1943 chi aveva cinquant’anni aveva trent’anni di esperienza pre-fascista e, morendo nel 1973, avrebbe ancora avuto trent’anni di esperienza post-fascista. Questo spiega come mai si sia potuti tornare così facilmente alla democrazia parlamentare.

In Turchia le cose sono andate diversamente. Tutti i turchi attuali sono nati in regime di repubblica, di laicismo e di libertà, e nessuno di loro ha la minima memoria personale del mondo prima di Atatürk. E tuttavia sembra non sentano la mancanza di ciò che per tanto tempo è stata l’ovvietà quotidiana. I tanti che hanno votato per Erdogan si aspettavano quello che è poi avvenuto, o ne sono sorpresi? O è che non hanno mai capito il valore della libertà e ci hanno volentieri rinunciato  soltanto per imporre alle loro donne di coprirsi il capo e non mettere la minigonna? Il popolo ha forse creduto alla mitologia che il passato fosse d’oro, e che il presente fosse soltanto decadenza e immoralità? Ci si può chiedere se la libertà, per i turchi, corrisponde ad un bisogno, oppure se, come per tanti altri popoli orientali, essa è stata soltanto una suggestione imposta,e  che non ha resistito al tempo. Ma quella che prevale è la tristezza.