La Corea del Nord, un problema incancrenito

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Set 5, 2017 Comments are off

DI GIANNI PARDO

Quando compare una macchia d’umidità sul soffitto, quando arriva una citazione in giudizio, quando il medico è perplesso sui risultati delle analisi, saremmo lieti che il problema sparisse da sé o che qualcun altro lo risolvesse. Purtroppo è un atteggiamento infantile. Le persone di buon senso percepiscono immediatamente che la patata bollente riguarda proprio loro e che non possono passarla a nessun altro. I veri adulti si attivano immediatamente, sperando di ridurre al minimo i danni, perché sanno che col tempo i problemi peggiorano invece di migliorare. Invece la risposta di molti è il lamento, l’inerzia, e in definitiva il rinvio, finché è possibile.

 

Nel caso della Corea del Nord, è il mondo intero che si è comportato da immaturo. Tutti hanno sperato che il problema non fosse ciò che appariva. Tutti hanno contato sul fatto che, se si fosse aggravato, se ne sarebbero fatti carico gli Stati Uniti. E questi, che pure sapevano di non potevano contare su nessuno, hanno sperato che il diavolo non fosse così brutto come lo si dipingeva. Soprattutto hanno pensato che con qualche concessione si sarebbe ammansito il Kim di turno. Finché, recentemente, avendo incassato tanti aiuti con la promessa di “non farsi la bomba”, la bomba se la sono fatta lo stesso e tutti – a cominciare dai Presidenti degli Stati Uniti – ci hanno fatto la figura degli imbecilli.

 

Naturalmente sono del tutto alieno dal gettare la croce sull’Amministrazione di Washington. Troppe volte l’America è partita con le migliori intenzioni e si è ritrovata ad avere molti morti, molte spese e molta impopolarità. Dopo tutto – carta geografica alla mano – tra la Corea e la California c’è il più grande oceano del mondo.

 

Il risultato è che ora non si sa che cosa fare. Non tanto perché si tema una risposta atomica, quanto perché non si trova il modo di disarmare questo folle. I pericoli che corre una città di dieci milioni di abitanti come Seul fanno spavento – soprattutto per l’artiglieria nordcoreana – ma ogni iniziativa potrebbe avere un costo politico eccezionale: tutti stanno lì a dire che “bisogna fare qualcosa” ma poi, non appena effettivamente si facesse qualcosa, si ricorderebbero che le migliori frittate si fanno senza rompere le uova, che con le buone maniere si ottiene tutto, e che la guerra bisogna farla senza che muoia nessuno.

 

La politica dell’America è sempre stata quella di evitare la “proliferazione nucleare”. Da questa esigenza sono nati i proclami, i trattati, e le solenni dichiarazioni di garanzia ad ogni costo a favore di Paesi come la Corea del Sud o il Giappone, come per lunghi decenni fu fornita alla Germania, durante la Guerra Fredda. Il guaio però, quando si fornisce una garanzia, è che in caso d’incidente si devono pagare i danni. E nella specie Washington potrebbe essere costretta ad usare, se necessario, quell’arma che si era imposto al Paese amico di non avere. Brutta faccenda.

 

Il trattato di non proliferazione ha impedito a Paesi pacifici di avere un armamento nucleare, mentre lo hanno Paesi ben poco affidabili come il Pakistan e presto l’Iran. Forse gli americani avrebbero dovuto fidarsi di più dei Paesi alleati e ragionevoli, pregandoli addirittura di farsi l’arma atomica e nel contempo avrebbero dovuto impedire ad ogni costo, sin dall’inizio dei preparativi, che l’avessero i Paesi inaffidabili. E tutto ciò, non invocando il rispetto della firma su un trattato, ma con l’uso della forza brutale. Meglio farlo contro una potenza non ancora nucleare che contro una potenza già nucleare.

 

L’ideale sarebbe stato che i Paesi “decenti” si fossero messi d’accordo sui nomi dei Paesi obbligatoriamente denuclearizzati e dire agli altri che sarebbero stati denuclearizzati con la forza, se avessero provato a “farsi la bomba”. Si chiederà: “In base al diritto, in base ai trattati, in base alle risoluzioni dell’Onu?” Assolutamente no. In base al principio per cui: “O fai come ti dico, o ti distruggo”. Che è poi ciò che oggi dovrebbero fare gli Stati Uniti contro la Corea del Nord.

 

Comprensibilmente, essi non hanno nessuna voglia di farlo. Sia perché nell’intero pianeta impera il pacifismo imbecille, sia perché non vogliono cavare le castagne dal fuoco per la Cina, per la Russia, per il Giappone, per la Corea del Sud, e per il mondo intero.

 

Fino ad oggi nessuno si è mosso perché “devono pensarci gli americani”. Quelli che sono riusciti ad impedire l’armamento atomico degli alleati, ma non quello dei possibili nemici. Quelli che si sono mossi senza necessità contro Saddam Hussein e Muammar Gheddafi, e non si muovono contro la Corea del Nord. Troppa violenza sul bersaglio sbagliato, e troppo poca sul bersaglio giusto.

 

Indipendente è soltanto chi è capace di difendersi. Ecco perché Paesi di antico buon senso, come la Gran Bretagna e la Francia, hanno subito voluto l’armamento atomico. Persino la giovane Israele, educata dall’odio altrui e dal costante pericolo, si è dotata di un’arma che non ha avuto bisogno di pubblicizzare. Anni fa nessuno era disposto a morire per Danzica, ben difficilmente oggi qualcuno sarebbe disposto a morire per Gerusalemme. Gli israeliani si sono dunque detti che, se il caso fosse veramente disperato, quanto meno non andrebbero all’inferno da soli. Un discorso talmente credibile, che non hanno avuto la necessità di farlo.