Il pazzo e l’atomica

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Set 30, 2017 Comments are off

DI GIANNI PARDO

Per molti anni i Presidenti degli Stati Uniti si sono chiesti in che modo reagire alle continue provocazioni e al progressivo riarmo della Corea del Nord. E nel dubbio la risposta è stata sempre quella di tinviare il problema. Ora quell’infelice Paese è realmente divenuto una potenza nucleare, e accanto all’ipotesi di un costosissimo intervento militare c’è sempre la vecchia opzione: “E se lasciassimo fare? Se accettassimo che la Corea del Nord divenga una potenza nucleare, come del resto ormai ce ne sono tante?”

L’ipotesi non è peregrina. Molti la fanno con convinzione perché il passato è ricco di episodi in cui gli interventi si sono rivelati più negativi dell’inerzia. Basti pensare a Napoleone e alle sue guerre di Spagna,  d’Egitto e di Russia e poi, recentemente, agli interventi occidentali in Afghanistan, in Iraq e in Libia. Malauguratamente il passato insegna pure che a volte la tolleranza costa infinitamente più cara di un intervento preventivo. L’esempio classico è costituito dall’avere lasciato le briglie sul collo alla Germania di Hitler, negli Anni Trenta, mentre un intervento di polizia delle potenze vincitrici nella Ruhr sarebbe stato giustificato dal trattato di Versailles. L’inerzia costrinse poi tutti a fronteggiare il più grande incendio mondiale che si ricordi.

Naturalmente, a cose fatte, tutti proclamano di aver saputo da sempre come sarebbe andata a finire. ma i governanti non devono  commentare dopo, devono decidere prima. Ed a volte è un’angoscia che toglie il sonno. Se la Corea del Nord si contentasse di proclamarsi potenza nucleare, tutti sarebbero contenti di lasciare che un dittatorello si pavoneggi e posi a guerriero: il problema è che l’arma atomica non è come le altre, e il governo di Pyongyang non è come gli altri.

In mano a un governo responsabile l’armamento nucleare è quasi inutile. Salvo sia quello della nuda sopravvivenza, si sa che qualunque problema bisogna risolverlo senza farvi ricorso. Gli arabi, che pure accusano Israele di ogni possibile crimine, non parlano mai della sua bomba atomica, perché nessuno teme che Gerusalemme la usi a sproposito. Viceversa, che cosa bisogna fare, se la bomba è nella disponibilità di un pazzo? È questo il punto che molti si ostinano a non vedere. E infatti dicono: “Dov’è il problema? Kim Jong-un vuole farsi la bomba? Che se la faccia, che ce ne importa? Dopo tutto, sarà un altro Paese con l’atomica. La lista è lunga”.

Malauguratamente il ragionamento non sta in piedi. Sarebbe come dire che bisogna abolire il porto d’armi, e permettere ai delinquenti di acquistare cannoni semplicemente perché i poliziotti portano una pistola e i soldati dispongono di carri armati. L’atomica della Cina e l’atomica della Corea del Nord non sono la stessa cosa. L’uso incauto di quell’ordigno – inverosimile da parte di Pechino – potrebbe provocare un incendio che farebbe molti milioni di morti. Detto chiaramente: oggi stiamo lasciando che un bambino giochi con i fiammiferi nella polveriera.

In passato, l’ipotesi del pazzo con la bomba è stata puramente teorica. Soltanto l’averla portata sullo schermo ha reso imperitura la memoria di un film piuttosto mediocre, “Il dr.Stranamore”. Ora l’ipotesi è divenuta realtà e parlarne seriamente è cosa che fa tremare le vene e i polsi. Mentre chiunque, prima di fare una mossa, si chiede quali saranno le conseguenze, il dittatore delirante (si pensi all’ultimo Hitler) da un lato prende per sé precauzioni assolutamente straordinarie, in modo da sopravvivere in ogni caso, dall’altro non si cura delle conseguenze per il proprio popolo. Se milioni e milioni di cittadini dovessero perire avrebbero sempre avuto una morte gloriosa, no?

Per la propria popolazione le potenze ragionevoli hanno come primo problema quello della sicurezza. E per essa non basta la certezza di potere, nel caso,  porre in atto una colossale vendetta. Se la Pyongyang attaccasse Seul, uccidendo in un solo colpo parecchi milioni di sudcoreani, è vero che gli Stati Uniti potrebbero spianare la Corea del Nord, uccidendo magari più della metà dell’intera popolazione, ma questa selvaggia risposta farebbe risuscitare i cinque o sei milioni di vittime sudcoreane, e non guarirebbe i milioni di contaminati, condannati a morire lentamente.

A questo punto, chi non rimpiangerebbe che non sia stata fatta quella prima mossa che avrebbe messo il pazzo genocida in condizioni di non nuocere?

La sintesi è semplice, anche se disperata: a Washington, come dovunque altrove, non si sa se scegliere la padella o la brace. Soprattutto ora che si è permesso che le cose andassero tanto avanti. E ciò pur sapendo che domani i soliti profeti del passato rimprovereranno ai governanti, e in primo luogo al Presidente degli Stati Uniti, di non aver fatto, quando ancora era possibile, la mossa giusta. Che pure era evidentissima, non è vero?