Dopo il flop dei “pentastellati”

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Giu 16, 2017 Comments are off

DI GIANNI PARDO

L’opinione politica di tredici milioni di italiani  merita di essere considerata. Ma, dicono tutti, per quanto riguarda le recenti elezioni, si è trattato soltanto di elezioni amministrative, e il cattivo risultato del M5s non significa niente. Se è per questo, si può invocare un principio più generale: nessuno conosce il futuro. Ma se non esistesse la tendenza a spiegare almeno il passato, pur senza pretendere infrangibili certezze, non esisterebbe neppure la storiografia.

La politica è fondamentalmente dominata dai fatti. Il 4 dicembre gli italiani hanno sbattuto la porta in faccia a Renzi perché l’economia italiana non è uscita dalle secche. Se al contrario il  governo fosse riuscito a ridarci la prosperità, non soltanto Renzi avrebbe vinto il referendum, ma l’avremmo posto sugli altari. Perfino se, pur senza risolvere sul serio il problema, avesse almeno ottenuto qualche tangibile risultato, avrebbe ancora convinto parecchi italiani. Perché è un eccellente comunicatore. Però quando il divario fra le parole e la realtà diviene eccessivo, ecco la reazione di rigetto. Lui inoltre ci ha aggiunto l’arrogante minaccia – “Se non mi dite di sì me ne vado e vi abbandono” – e questo è stato troppo anche per un popolo paziente come il nostro.

I risultati concreti e di grande peso sono l’argomento più persuasivo. Anche quando si è partiti con un notevole handicap. Inizialmente János Kádár fu odioso perché i sovietici l’avevano messo sul trono della satrapia magiara dopo avere schiacciato nel sangue la Rivoluzione del 1956. Ma in fin dei conti fu accettato dagli ungheresi perché, pure da Gauleiter di Mosca, fece il possibile per migliorare la vita dei suoi compatrioti. Coloro che invece partono fra gli osanna e gli applausi, come Chavez o come Maduro, se poi riducono il loro Paese a mancare di cibo e di medicinali, non potranno sopravvivere politicamente nemmeno se dispongono della polizia e del potere sui media. Perché i fatti li condannano senza appello.

 Questi sono casi estremi. Quando invece la politica è più o meno normale, cioè quando un Paese vive mediocremente, il popolo può dichiararsi felice o infelice in base a fattori emotivi. La Rivoluzione francese non nacque dalla fame nelle campagne, come pensano i superficiali, nacque soprattutto nei salotti imbevuti di Illuminismo: cioè dalla coscienza che quel regime non era più adeguato ai tempi. In questo senso, in condizioni normali, il potere ha un notevole spazio di manovra. E al riguardo è interessante il programma politico di Federico II di Borbone: “Feste, farina e forca”. Il re sapeva che Napoli non sarebbe stata contenta se avesse avuto fame e paura dei delinquenti, ma aveva anche necessità di divertirsi, ed ecco le feste. Almeno l’illusione di essere felice.

Ed è per questa ragione che la sconfitta del Movimento 5 Stelle alle amministrative dell’11 giugno potrebbe essere importante:  per il suo valore simbolico. Una formazione politica che comincia mietendo impensati successi, li bissa alla prima occasione e continua a salire nei consensi, fa credere che la sua scalata sia inarrestabile. Nella seconda metà del XX Secolo l’avanzata del comunismo fu tale, che non soltanto gli adepti del partito erano certi della storica vittoria finale, ma ad essa si erano rassegnati anche parecchi di quelli che l’avrebbero subita come una sconfitta: “Meglio rossi che morti”. Il marxismo, che si voleva “teoria scientifica”, di fatto operava come un’ineluttabile profezia. Ma la condizione per una simile corale impressione era che il progresso non avesse serie battute d’arresto. Finché Mosca poté reagire con la forza ad ogni attacco interno od esterno, sembrò invincibile. Quando invece, nel 1989, non riuscì a frenare la fuga dei tedeschi dell’est fino all’Austria – un fatto in sé insignificante –l’Impero crollò. È la stessa storia che si ritrova nell’ “Uomo che volle farsi re”, di Rudyard Kipling, e nel film dallo stesso nome.

Il Movimento Cinque Stelle, per molti mesi, malgrado errori, incidenti di percorso e indecifrabilità politica, è rimasto inattaccabile. Addirittura è riuscito a frustrare il banale tentativo dei politologi di definirlo di destra o di sinistra. Una totale novità storica. Ma con le elezioni dell’11 giugno la sensazione dell’invincibilità è venuta meno, e questa data potrebbe rimanere infausta. Tutto dipende da quanto pesava e pesa l’aureola. Ma questa è cosa che ci dirà il futuro.