De Bortoli e la “querela” della ministra Boschi

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Dic 5, 2017 Comments are off

DI GIANNI PARDO

Mesi fa Ferruccio De Bortoli “rivelò” non so che contatti della signora Maria Elena Boschi con non so chi, per cercare di mettere rimedio al pasticcio della Banca Etruria. La Boschi minacciò immediatamente querela e De Bortoli le rispose tranquillo che lo querelasse pure. Ma lei non lo fece, e sono passati sette mesi, ben più dei tre mesi che costituiscono il tempo massimo entro il quale si può sporgere querela.

Ora la diatriba si è ravvivata per la deposizione del procuratore della Repubblica di Arezzo e finalmente la cannonata è partita. I media scrivono e dicono che la Boschi ha dato mandato di querelare De Bortoli, anche se poi, nel corso dei “servizi”, si parla di azione civile.

Innanzi tutto, mesi fa, la Boschi avrebbe dovuto o querelare De Bortoli o non minacciare la querela. Certe azioni sono troppo serie per minacciarle: o si intraprendono o non se ne parla. In secondo luogo, non si dà mandato ai legali perché presentino la querela. È un atto che va firmato personalmente dinanzi al funzionario autorizzato a riceverlo. I famosi legali al massimo redigono la querela, se non si è in grado di scriversela da sé. Del resto, la legge prevede la forma “orale”, nel senso che l’analfabeta o comunque l’incompetente si presenta dai carabinieri e la querela gliela scrivono loro. La formula pomposa, “ho dato mandato”, parlando di “legali” al plurale, è una delle tante sciocche esagerazioni dello stupidario nazionale.

Poi i giornalisti avrebbero dovuto sapere che quella querela è impossibile, dato il tempo trascorso. Non è necessario essere dei penalisti, per possedere questa elementare nozione di diritto. Oggi si può parlare soltanto di azione civile, perché questa non si prescrive nei tre mesi.

La superficialità di chi scrive i titoli è del tutto inammissibile. Non si può annunciare con le trombe una querela e poi, nel testo, parlare di azione risarcitoria in sede civile. Sarebbe come confondere la richiesta di vedersi pagare il vestito da chi ce l’ha inavvertitamente macchiato al ristorante con la denuncia all’autorità giudiziaria di una violenza carnale. Parlare indifferentemente dell’una o dell’altra azione giudiziaria è imperdonabile.

Infine – ma qui si entra nell’opinabile, e chiedo scusa in anticipo se sembrerò maligno – la distinzione fra diritto civile e diritto penale ha un risvolto che potrebbe non andare a favore della signora Boschi.

Se qualcuno accusa falsamente De Bortoli di avergli rovinato l’automobile che gli aveva prestato, e chiede che il giornalista gliene rifonda il valore, il magistrato che accerterà il fatto potrà condannarlo a quel risarcimento. Se viceversa accertasse che il fatto non si è verificato, o non è dipeso da De Bortoli, potrebbe non condannarlo a quell’esborso. Al limite, convincendosi che quel signore l’ha citato senza ragione, potrebbe non soltanto condannarlo alle spese (anche quelle sostenute da De Bortoli) ma perfino ad una “multa” in quanto litigante temerario. Nient’altro.

Se viceversa una donna accusa De Bortoli di violenza carnale (anch’essa reato a querela) e il magistrato riconosce che non soltanto De Bortoli è innocente, ma la donna lo sapeva e lo ha accusato falsamente, stabilirà non soltanto che De Bortoli non ha commesso nessun reato, ma un reato ha commesso la querelante, e precisamente il reato di calunnia.

Ecco il primo comma dell’art.368:Chiunque, con denunzia, querela, richiesta o istanza, anche se anonima o sotto falso nome, diretta all’autorità giudiziaria o ad un’altra autorità che a quella abbia obbligo di riferirne o alla Corte penale internazionale, incolpa di un reato taluno che egli sa innocente, ovvero simula a carico di lui le tracce di un reato, è punito con la reclusione da due a sei anni”.

Da notare che il reato non è a querela. Ciò dimostra che lo Stato lo considera talmente grave, da esercitare l’azione penale a prescindere dall’interesse del danneggiato alla punizione del colpevole. La quale punizione è molto severa, come si vede. Nel caso più lieve la pena è di due anni, nel caso più grave (quando c’era la pena di morte) si arrivava all’ergastolo.

Ora è lecito pensare che la signora Boschi non abbia querelato De Bortoli per non rischiare un processo per calunnia e che oggi proponga un’azione civile per fare baccano e non rischiare nel contempo di andare in carcere pur di ottenere qualche titolo di giornale. Ma tutto ciò è possibile solo in un mondo in cui i giornalisti sono superficiali e pronti a trasformarsi in megafono delle peggiori stupidaggini. I giornalisti giudiziari queste cose dovrebbero saperle dal primo giorno in cui esercitano quella professione, e i giornalisti politici potrebbero quanto meno informarsi con i colleghi più competenti. Ma no, importa soltanto il titolo, per dare a credere che non soltanto la Boschi – e per contagio suo padre – sono innocenti, ma ora faranno punire chi ha osato attaccarli.

Mesi fa Ferruccio De Bortoli “rivelò” non so che contatti della signora Maria Elena Boschi con non so chi, per cercare di mettere rimedio al pasticcio della Banca Etruria. La Boschi minacciò immediatamente querela e De Bortoli le rispose tranquillo che lo querelasse pure. Ma lei non lo fece, e sono passati sette mesi, ben più dei tre mesi che costituiscono il tempo massimo entro il quale si può sporgere querela.

Ora la diatriba si è ravvivata per la deposizione del procuratore della Repubblica di Arezzo e finalmente la cannonata è partita. I media scrivono e dicono che la Boschi ha dato mandato di querelare De Bortoli, anche se poi, nel corso dei “servizi”, si parla di azione civile.

Innanzi tutto, mesi fa, la Boschi avrebbe dovuto o querelare De Bortoli o non minacciare la querela. Certe azioni sono troppo serie per minacciarle: o si intraprendono o non se ne parla. In secondo luogo, non si dà mandato ai legali perché presentino la querela. È un atto che va firmato personalmente dinanzi al funzionario autorizzato a riceverlo. I famosi legali al massimo redigono la querela, se non si è in grado di scriversela da sé. Del resto, la legge prevede la forma “orale”, nel senso che l’analfabeta o comunque l’incompetente si presenta dai carabinieri e la querela gliela scrivono loro. La formula pomposa, “ho dato mandato”, parlando di “legali” al plurale, è una delle tante sciocche esagerazioni dello stupidario nazionale.

Poi i giornalisti avrebbero dovuto sapere che quella querela è impossibile, dato il tempo trascorso. Non è necessario essere dei penalisti, per possedere questa elementare nozione di diritto. Oggi si può parlare soltanto di azione civile, perché questa non si prescrive nei tre mesi.

La superficialità di chi scrive i titoli è del tutto inammissibile. Non si può annunciare con le trombe una querela e poi, nel testo, parlare di azione risarcitoria in sede civile. Sarebbe come confondere la richiesta di vedersi pagare il vestito da chi ce l’ha inavvertitamente macchiato al ristorante con la denuncia all’autorità giudiziaria di una violenza carnale. Parlare indifferentemente dell’una o dell’altra azione giudiziaria è imperdonabile.

Infine – ma qui si entra nell’opinabile, e chiedo scusa in anticipo se sembrerò maligno – la distinzione fra diritto civile e diritto penale ha un risvolto che potrebbe non andare a favore della signora Boschi.

Se qualcuno accusa falsamente De Bortoli di avergli rovinato l’automobile che gli aveva prestato, e chiede che il giornalista gliene rifonda il valore, il magistrato che accerterà il fatto potrà condannarlo a quel risarcimento. Se viceversa accertasse che il fatto non si è verificato, o non è dipeso da De Bortoli, potrebbe non condannarlo a quell’esborso. Al limite, convincendosi che quel signore l’ha citato senza ragione, potrebbe non soltanto condannarlo alle spese (anche quelle sostenute da De Bortoli) ma perfino ad una “multa” in quanto litigante temerario. Nient’altro.

Se viceversa una donna accusa De Bortoli di violenza carnale (anch’essa reato a querela) e il magistrato riconosce che non soltanto De Bortoli è innocente, ma la donna lo sapeva e lo ha accusato falsamente, stabilirà non soltanto che De Bortoli non ha commesso nessun reato, ma un reato ha commesso la querelante, e precisamente il reato di calunnia.

Ecco il primo comma dell’art.368:Chiunque, con denunzia, querela, richiesta o istanza, anche se anonima o sotto falso nome, diretta all’autorità giudiziaria o ad un’altra autorità che a quella abbia obbligo di riferirne o alla Corte penale internazionale, incolpa di un reato taluno che egli sa innocente, ovvero simula a carico di lui le tracce di un reato, è punito con la reclusione da due a sei anni”.

Da notare che il reato non è a querela. Ciò dimostra che lo Stato lo considera talmente grave, da esercitare l’azione penale a prescindere dall’interesse del danneggiato alla punizione del colpevole. La quale punizione è molto severa, come si vede. Nel caso più lieve la pena è di due anni, nel caso più grave (quando c’era la pena di morte) si arrivava all’ergastolo.

Ora è lecito pensare che la signora Boschi non abbia querelato De Bortoli per non rischiare un processo per calunnia e che oggi proponga un’azione civile per fare baccano e non rischiare nel contempo di andare in carcere pur di ottenere qualche titolo di giornale. Ma tutto ciò è possibile solo in un mondo in cui i giornalisti sono superficiali e pronti a trasformarsi in megafono delle peggiori stupidaggini. I giornalisti giudiziari queste cose dovrebbero saperle dal primo giorno in cui esercitano quella professione, e i giornalisti politici potrebbero quanto meno informarsi con i colleghi più competenti. Ma no, importa soltanto il titolo, per dare a credere che non soltanto la Boschi – e per contagio suo padre – sono innocenti, ma ora faranno punire chi ha osato attaccarli.