Amo la musica

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Giu 14, 2017 Comments are off

DI GIANNI PARDO

 

C’è un’espressione corrente – “educazione musicale” – che implica due cose: innanzi tutto che essa può mancare, e per conseguenza il soggetto che non ha fruito di questa educazione rimarrà insensibile alla musica, o almeno non ne capirà la bellezza; in secondo luogo, che qualunque persona educata ad apprezzare la musica, inevitabilmente la capirà e l’amerà. Purtroppo ambedue le affermazioni sono false.

La mia famiglia non era particolarmente colta e non era particolarmente sensibile alla grande musica. Del resto, allora non c’erano tutte le facilitazioni attuali. Io ho fatto in tempo a vedere un pianoforte nella maggior parte delle case della buona borghesia: forse era di moda, certo era uno dei pochi modi di sentire un po’ di musica. Si spiegano così le infinite “Parafrasi” di Liszt, che ha volto in musica per pianoforte tante opere nate per l’orchestra. Perché la gente disponeva di pianoforti, non certo di orchestre.

Non soltanto. Anche quando è nata la “musica in scatola”, dapprima ci sono stati soltanto i dischi a settantotto giri, tre o quattro minuti al massimo. Una volta ho anche ballato con un giradischi a manovella. In queste condizioni, qualunque musica seria diveniva impossibile da riprodurre. Ciò spiega perché ci fossero i concerti di musica in piazza, con orchestre composte esclusivamente di fiati: gli unici abbastanza sonori per funzionare all’aperto. E infatti allora esistevano copiose trascrizioni di opere sinfoniche per orchestre di fiati, cosa che oggi non verrebbe in mente a nessuno. Quando – fenomenale progresso – arrivarono i dischi in vinile a 33 giri, per ascoltare la Passione Secondo Matteo di Bach bisognava spendere un piccolo capitale, comprare quattro dischi e rigirarli poi otto volte, sul piatto, come una frittata in padella,

A casa mia si ascoltava soltanto la musica leggera che trasmetteva la vecchia Magnadyne a valvole, accesa nella stanza da pranzo, mentre ci si preparava per andare a scuola. “Musiche del Mattino”. E qui si verificò un fatto. Mi piacevano le canzoni, certo, ma soprattutto mi incantavano alcune orchestre di cui, a settant’anni di distanza, ricordo i nomi: Arturo Mantovani, André Kostelanetz, George Melachrino e David Rose. Indimenticabile “Holdiday for strings”, un pezzo brillante per gli archi.

Come mai tanto amore, come mai tanta speciale attenzione per queste formazioni? Allora non lo sapevo, ma oggi mi è chiaro. Mentre nelle canzoni prevaleva la monodia, condensata nella voce del cantante, quelle orchestre, pur dedicandosi alla musica leggera, avevano una struttura polifonica e una notevole ricchezza di timbri. Non diversamente dalle orchestre che interpretano la musica di Beethoven o di Brahms. In altri termini, senza che nessuno mi avesse “educato”, del tutto naturalmente tendevo alla musica strumentale: colta, ricca e complessa.

Una sera d’estate, mentre sedevamo sul balcone, alla ricerca di un po’ di frescura, qualcuno accese la radio e la musica che ne uscì mi parve così bella che cominciai a sperare che non finisse mai. Ma quel miracolo si prolungava, nel tempo, ben al di là dei quattro minuti di George Melachrino, ed io attesi di sapere di che si trattava. Mi ripromettevo di ricercarla per tutta la vita. Era la “Pastorale” di Beethoven.

Racconto tutto questo per dire che l’eterna diatriba fra gli innamorati della musica e i “sordi” è probabilmente fuor di luogo. Fino ad un certo punto l’educazione può anche influire, ma una cosa è sicura: nei casi estremi, o si rimane sordi anche nascendo in una famiglia di musicisti, o ci si innamora della grande musica a prima vista. E certo non metto nel novero degli “innamorati” coloro che proclamano: “Io vado ai concerti”. Se gli basta una ventina di ore di musica l’anno, in realtà potrebbero fare a meno anche di quelle.

Una parola va detta a proposito dei molti che dicono di amare la musica, e alludono al rumore ritmato attualmente di moda. Un po’ come qualcuno che, sapendo fare le quattro operazioni, affermasse di conoscere la matematica. Ritmo e melodia (quando c’è) possono essere un’occasione di socialità, di ginnastica, di accompagnamento dei propri sentimenti, ma la povertà e l’inammissibile ripetitività di tanta robaccia – per non parlare dell’abuso della sezione ritmica – non permettono di parlare di musica. Sentir dire “io amo la musica”, parlando di quel rumore, è come dire “io amo la donna” solo perché si è andati in qualche postribolo.